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Comunità Parrocchiale di Bresega

 

DOMENICA 22 MARZO 2020

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

In primo piano

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Bollettino delle parrocchie di
Bresega, Ponso, Carceri, Vighizzolo

ANNO 4 N. 19

scarica qui il bollettino settimanale

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Dal vangelo secondo Giovanni (11,1-45)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?».
Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda
come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro
giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque
la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io
sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

::: Prossimi appuntamenti :::

Agenda della settimana

INDICAZIONI PER LA PREGHIERA IN FAMIGLIA

scarica qui il libretto per la preghiera in famiglia per la V Domenica di Quaresima (Domenica di Lazzaro)

ORARI DI ESPOSIZIONE DEL SANTISSIMO
“Riguardo le indicazioni date in precedenza riguardo all’adorazione in giorno di domenica, il
progressivo inasprirsi delle norme porta questa proposta di fatto poco compatibile con le
indicazioni che vengono date alla popolazione, trattandosi pur sempre di spostamenti da
giustificare e talora più complessi in giorno festivo. Fatto salvo il segno della chiesa aperta, ogni parrocchia, comunque, valuti la possibilità dell’adorazione in base al contesto e alle possibilità reali”.

d. Giuliano Zatti, vicario generale


 

 

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orario completo delle S. Messe sul bollettino

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APPUNTAMENTI SETTIMANALI

- GRUPPO 3a ETA': GIOVEDI ore 15.30 S. Messa e attività in Centro Parr.

- CORALE: GIOVEDI ore 21.00

- CORO GIOVANI: LUNEDI ore 21.00


- INTENZIONI Ss. MESSE:
ordinarle dopo la Messa
in sacristia o in canonica
Offerta per S. Messa libera, consigliata € 10,00

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per ulteriori informazioni fare riferimento al bollettino

Contatti

IN PRIMA PAGINA SUL BOLLETTINO

GLI ORARI DELL’ESPOSIZIONE DEL SANTISSIMO NELLE NOSTRE CHIESE

BRESEGA PONSOCARCERIVIGHIZZOLO
Sabato - 16:00-17:30 - 16:00-18:00
Domenica
10:00-12:00 9:00-11:00
solo apertura 9:00-11:00
Dal lunedì al venerdì - 8:00-9:00
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LA PREGHIERA IN FAMIGLIA PER QUESTA DOMENICA
Nel sito della Diocesi di Padova (http://www.diocesipadova.it) sono pubblicati testi per la preghiera in famiglia di questa domenica 29 marzo, quarta di Quaresima.
Anche questa settimana domenica 29 marzo (quinta di Quaresima), alle ore 10 sul canale Youtube della Diocesi di Padova (http://www.youtube.com/c/DiocesiPadovaVideo), verrà trasmessa la messa presieduta dal vescovo Claudio Cipolla, in forma non pubblica.
La messa del vescovo di Padova sarà trasmessa in diretta anche dall’emittente Tv7 Triveneta sul canale 12 del digitale terrestre.
IL VANGELO DI LAZZARO
Il commento di Paolo Curtaz.
Starà passando il picco di contagio, da noi? In ogni caso, la situazione in cui ci troviamo ha a che fare con il vangelo di oggi. Perché abbiamo urgente bisogno di uscire dai sepolcri. E di toglierci le bende. Perché siamo tutti Lazzaro. Pensiamo di essere vivi, ma siamo morti e sepolti sotto cumuli di pietre. Chissà che la dura prova dell’epidemia, che ha messo a nudo le nostre piccinerie, le nostre paure, i nostri egoismi, la nostra poca fede, non sia la svolta per farci rinascere. Chissà se avremo il coraggio di ascoltare quel grido che scuote. Vieni fuori!
Il tuo amico Gesù si è rifugiato ad Efraim. Tira una bruttissima aria, per lui, a Gerusalemme. Giovanni struttura il suo vangelo come un gigantesco, infinito processo all’opera di Gesù e Gesù, lo sa, è già stato condannato a morte in contumacia. Lazzaro, il suo amico Lazzaro, sta male, tanto. Gesù sa che andare a Betania, a quel punto, equivale ad un vero suicidio. Sa che la morte di un amico, del suo migliore amico, sarà l’occasione di mostrare l’amore che ha per Lazzaro. E per le sue sorelle. E per noi. Sa che questo amore lo spingerà a fare ciò che nessuno aveva anche solo immaginato si potesse fare: donare la vita per qualcun altro. La vita di Lazzaro segna la morte di Gesù. Aspetta qualche giorno e parte.
Tutto a Betania, la casa del povero, odora di morte. La fine prematura di una persona giovane e stimata, ancora oggi, ci getta nel panico totale. Nonostante la fede, nonostante tutto.
È Marta ad uscire per prima. È lei che agisce in casa, lo sappiamo bene. Le sue parole sono un rimprovero sgomento. Se tu fossi stato qui.
No Marta, non è vero. Se anche Gesù fosse stato presente non avrebbe impedito a Lazzaro di morire.
Anche se Gesù è presente nella nostra vita, anche se siamo suoi amici, se egli ci è amico, non possiamo evitare la morte e il dolore e le prove che egli per primo non ha rifiutato. È normale, istintivo pensare che Gesù ci protegga, ci salvi. E lo fa, ma mai come pensavamo. Mai come vorremmo.
La vita è mistero, assurdo costringerla nei nostri limitati ragionamenti, nelle nostre legittime ma puerili illusioni. Al discepolo la sofferenza non viene evitata. E la sofferenza e la morte sono passi di una percorso necessario, come il chicco di frumento che deve morire e marcire per portare frutto.
Gesù invita Marta, e noi, a credere. A credere in una resurrezione e in una vita che avvolgono e riempiono questa nostra vita biologica, terrena, che le danno misura e senso, orizzonte e gioia.
Si fida, Marta. Anche se stenta a capire, anche se non vede come tutto ciò possa accadere. Sa, come sappiamo noi, che egli è l’acqua di sorgente, la luce. Ma c’è ancora un passo da affrontare.
Ti chiama. Il maestro è qui e ti chiama. Così dice Marta a Maria. Così dice Marta a me, oggi. Maria si alza e, con lei, tutti i famigliari e gli amici. Si ripete la scena, il dolce rimprovero. Gesù sta per ribattere, come con la sorella. Ma vede le lacrime. Tante. Troppe. E accade. Accade l’impensabile. Gesù scoppia a piangere. Il Maestro cede. Come se, per la prima volta, Dio si rendesse conto di quanto dolore possa vivere l’uomo. Di quanto possiamo smarrirci e perderci, deboli e sciocchi che siamo. Come se Dio, per la prima volta, vedesse quanto dolore ci procura il dolore, quanto smarrimento, quanto disorientamento. Ci scuote, quel pianto.
Ma non poteva evitare che morisse, invece di piangere? Obiettano alcuni. Ed è l’eterna scelta fra il volto di un Dio garante del quieto vivere o di un Dio appassionato che condivide la nostra vita. Non ci sono parole per spiegare o per consolare. Solo partecipazione, ora. Gesù chiede dov’è Lazzaro. Vieni a vedere, gli dicono. Tre anni prima, ai due discepoli del Battista che si erano messi sui suoi passi, aveva usato le stesse parole: venite e vedrete. Gesù conduce i discepoli a vedere la vita. I discepoli, ora, gli insegnano a vedere la morte. E quel dolore, lascia intuire l’evangelista, lo smuove. Darà la sua vita per Lazzaro. Lazzaro vivrà. Lui, il Signore, ne porterà le conseguenze e ne morirà. Ora che ha visto quanto dolore provoca la morte gli resta un ultimo passaggio per poter essere uomo in tutto: morire.
È piena di gioia e di stupore questa resurrezione. È pieno di mestizia il cuore del Maestro. Sì, ora è pronto. Andrà fino in fondo. Fino all’inimmaginabile. Lazzaro, noi, io siamo vivi perché Gesù ha donato la sua vita. E ci invita, ancora e ancora, a vivere da vivi.
LA SPERANZA È GIÀ PREGHIERA
L’agenda di questa settimana era fitta di appuntamenti ed eventi, come sempre accade a inizio primavera. Ma le cose sono andate in modo diverso. Il vento ci ha riportato un ultimo pezzo di inverno, giornate brutte dentro e fuori. Si fa la spesa in silenzio con la mascherina e i guanti, in fila per la banca, la posta, tutto quello che ancora è aperto. Purtroppo nelle nostre comunità non sono mancati i lutti: a Ponso due anziane che erano in casa di riposo a Merlara per CoVid 19, Gennaro Luigia e Lazzari Rita; a Bresega è morto Michelangelo Rossi. A Carceri è mancato Vigato Renato a causa di un gravissimo incidente domestico. Siamo vicini e in profonda solidarietà alle sofferenze, alle fatiche e alle molteplici difficoltà che stanno vivendo tante persone delle nostre comunità, che ha anche gravi riflessi di carattere economico e sociale.
La vita comunque continua e dobbiamo trovare dentro di noi la forza per affrontare in maniera positiva i problemi, con cui abbiamo a che fare.
In questo tempo di solitudini forzate, è importante tirare fuori la nostra parte migliore, per essere costruttivi, per superare l’agitazione, la tristezza, l’ansia e la paura con cui inevitabilmente dobbiamo convivere.
Anche la fede è messa alla prova, manca moltissimo la dimensione comunitaria, non mancano le domande di senso su quanto stiamo vivendo. Ma la preghiera non può togliercela nessuno. Insieme alla preghiera, importante sarebbe riscoprire anche la capacità di guardare il mondo con occhi diversi, capaci di andare al di là di noi stessi, contemplando le meraviglie della vita “…gli uccelli del cielo, i gigli del campo…” (Mt 6,25-29) per avere una visione più grande e imparare a vivere veramente.
Ci sono tante storie d’amore che vengono scritte in questi giorni. Le leggiamo nelle testimonianze di chi sta prestando assistenza. Sono eroi di questa storia collettiva. E sono milioni, che tengono aperti gli uffici, le fabbriche che producono alimenti, vigilano sulla sicurezza, combattono in prima linea per tutti noi negli ospedali e nelle case di riposo. Storie che conosciamo tutti, da quella infermiera addormentata sulla tastiera del computer sfinita dalla stanchezza a chi tiene aperta una bottega in paese.
Una comunità, una chiesa è costruita anche di queste storie. Ne abbiamo bisogno perché sostengono la nostra vita, perché ci aiutano a capire il potere della speranza, quella speranza che è la grande preghiera collettiva di questi giorni.                Don Andrea
DIO CI BENEDICA
Abbiamo ricevuto, in questo ultimo venerdì, 27 marzo, la benedizione Urbi et Orbi di papa Francesco, e l’indulgenza plenaria, concessa a chiunque la desiderasse. È un atto straordinario della Chiesa, un segno della sua vicinanza a tutte le persone del mondo, in questo tempo di pandemia.
Nella sua omelia (reperibile integralmente nel sito di Vatican News http://www.vaticannews.va), commentando il vangelo della barca di Gesù e degli apostoli scossa dalla tempesta, il Papa ha rammentato che siamo tutti su una stessa barca, uniti nei nostri destini; ha considerato che abbiamo avuto la presunzione di restare sani in un mondo sempre più malato; ha riflettuto che le armi vincenti sono la preghiera e il servizio silenzioso. «Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore», ha continuato. Ha poi ricordato che abbiamo bisogno del Signore, nel quale possiamo porre la nostra speranza; e ha invocato la Sua benedizione su tutti noi e sul mondo.
Grazie, papa Francesco! Che Dio ci benedica!
Un gesto che ho appreso in America Latina, e che qui da noi è quasi ovunque dimenticato, è quello del darsi la benedizione l’uno con l’altro. Non solo il prete può benedire i fedeli, ma ogni battezzato può invocare la benedizione del Signore: gli sposi l’uno verso l’altra, i genitori sui figli, i figli sui genitori, i nonni sui nipoti, l’amico verso l’amico… e così via. «Il Signore ti benedica» è un altro dei modi di esprimere la nostra vicinanza e quella di Dio alle persone care, un ulteriore modo di esserci vicini, anche a distanza. Un gesto così semplice, eppure così bello.
Grazie, Signore nostro!                 don Cristiano
Parole per riflettere - 1
Don Fabio Frigo* - I sacramenti ci collegano alla corporeità e al corpo della Chiesa. Come sentirli efficaci in noi anche quando non possiamo celebrarli?
La quaresima di questo tempo così sospeso tra incertezze, timori e domande, più che un cammino
verso la Pasqua, sembra assomigliare a un lungo sabato santo. Il sabato del triduo pasquale è il giorno dell’«assenza» di Dio, è il giorno di quel grande silenzio che nessun gesto liturgico può in alcun modo sostituire. È come se i credenti trattenessero il respiro dopo la sconvolgente contemplazione del Dio Crocifisso, il Dio abbandonato dagli uomini e lasciato a se stesso. In questa quaresima inaspettata, assieme ai gesti più ordinari di affetto e relazione della vita quotidiana (una stretta di mano… un bacio… un abbraccio), stiamo digiunando anche dai segni ecclesiali della fede. Non ci raduniamo da settimane nell’assemblea eucaristica: insieme non ascoltiamo più la Parola e non cantiamo, insieme non chiediamo e non doniamo il perdono e la pace, insieme non mangiamo più il pane che crea comunione tra il cielo e la terra e che ci rende Chiesa, «Corpo di Cristo».
Sentiamo l’assenza di questi gesti così semplici e, allo stesso tempo, concreti: forse perché non sono solo «segni» e non è proprio così vero che, per credere, «basta il pensiero». La nostra fede – come la vita di tutti i giorni – vive anche di corpo, di tatto e di con-tatto: con Dio, e con i fratelli e le sorelle che credono. E allora, non ci dovrebbe stupire se, in questo tempo, percepiamo la sofferta nostalgia dei gesti sacramentali: una fede «senza corpo» è evanescente, e un cammino fatto sempre da soli, ben presto ci stanca. E come la vita fin dai primi inizi è, sì, unione di corpi, ma pure distacco – la nascita è solo il primo distacco di una lunga serie – così dovremmo ricordare che anche la fede e i sacramenti sono il frutto di quella strana lontananza consumata sulla croce e vissuta nel sabato del grande silenzio. Ma, nella vita, la mancanza di ciò che si vorrebbe essere o avere, fa nascere il pensiero, i progetti, l’ingegnarsi, la fantasia… L’assenza dei sacramenti non li rende inutili, ma ancora più efficaci: si apre per noi lo spazio del desiderio e dell’attesa, nella coscienza che esiste un vincolo profondo e invisibile che unisce tutti i credenti in Cristo. Non è un caso, se proprio per questi gesti preziosi della nostra fede, la Chiesa ha da sempre creduto che avere in sé il desiderio dei sacramenti è già sacramento.
* docente di Teologia dogmatica, Facoltà teologica del Triveneto
Parole per riflettere - 2
Don Vincenzo Cretella* - Una così lunga assenza dalla partecipazione alla vita della Chiesa potrebbe produrre anche disaffezione o indurre a una qualche irrilevanza dei modi/gesti della fede? Gino e Dina sono sposati da qualche anno, hanno due figli e si vogliono molto bene. Vivono in una bella città, lui lavora per una multinazionale e lei sta a casa con i bambini ancora piccoli. A Gino viene chiesta una trasferta di lavoro, dovrà recarsi molto distante da casa per due mesi non potendo così più vedere Dina e i piccoli. Una grande prova per questi giovani sposi; sicuramente sia l’uno che l’altra saranno stati sorpresi, preoccupati, dispiaciuti. Necessariamente in questi due mesi dovrà cambiare la forma dei loro gesti, delle loro attenzioni, del loro volersi bene. La loro relazione sfonderà in modo nuovo il modo e lo spazio. Quello che non cambierà però è il contenuto: l’amore. Passati i due mesi, torneranno a vivere sotto lo stesso tetto, a fare uno il caffè per l’altra la mattina, a decidere chi va a fare la spesa, a giocare con i bambini; riprenderanno a manifestare nelle piccole cose di ogni giorno il loro amore di sposi e tutto avrà un sapore nuovo, rinnovato, più intenso. Fuor di metafora, i giorni che stiamo vivendo ci stanno chiedendo una repentina revisione della forma, dell’espressione della nostra fede, e una bella verifica del contenuto. Il non poterci ritrovare come comunità per celebrare insieme la liturgia ci pone molti interrogativi e, almeno personalmente, mette in rilievo come abbiamo “ristretto” ogni nostro modo di preghiera alla sola “messa”. Un po’ come se il sacramento del Matrimonio di Gino e Dina vacillasse perché Gino non può più dare il consueto bacio appena sveglio a Dina. Per quello che riguarda poi la disaffezione, l’irrilevanza, il rischio di dimenticare uscendo dall’abitudine, credo sia proprio una benedizione: quando esci di casa controlli se hai dimenticato le chiavi, il telefono; ma non controlli mai il cuore o i polmoni. Non dimentichi ciò che è dentro di te! Abbiamo la certezza rassicurante che Gino non dimenticherà Dina, così come chi crede non dimenticherà il Signore. A tal proposito A. Schmemann dice: «Molto spesso diciamo di andare in chiesa per ricevere aiuto, grazie, consolazione, e dimentichiamo di essere noi la chiesa, che Cristo dimora nelle sue membra e che la chiesa non è al di fuori né al di sopra di noi: noi siamo in Cristo e Cristo è in noi».
* Centro Aletti, Roma

ALTRE INFORMAZIONI SUL BOLLETTINO


 

  

 

 

 

 
 
 

 

 

  • Consiglio Pastorale Parrocchiale
  • Consiglio per gli Affari Economici
  • Catechesi

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Prima di presentare il Gruppo Teatro Vecchio Veneto vorremmo fare un po’ di storia del teatro a Bresega.

ANNI QUARANTA

Facciamo un salto nel tempo per sfogliare le pagine di un passato di qualche anno, quando a Bresega un gruppo di persone si cimentarono all’arte del teatro. Parliamo degli anni immediatamente seguenti il secondo dopoguerra, quando fare teatro, magari artigianalmente, per se  stessi e per il piccolo borgo, era l’unico svago realizzabile. Ci si riuniva presso gli ambienti della canonica, ambienti che orgogliosamente Don Fabiano, il parroco di allora,  metteva a disposizione per i “suoi ragazzi”. Vogliamo ricordare due persone che hanno particolarmente contribuito a rendere fattiva quello che era una aspirazione di tutti: Stellio Gastaldo e Angelo Manfrin.

 Nelle lunghe serate invernali si preparavano le rappresentazioni teatrali che sarebbero state messe in scena nel periodo estivo. Allora era in voga l’operetta, armonioso “ensamble” di musicali canzoni e parti recitate.  Qualcuno ricorda ancor oggi,  con orgoglio, i successi ottenuti in paese e i riconoscimenti raggiunti durante le trasferte.

In quei tempi, maschi e femmine non potevano fare teatro assieme quindi parallelamente nacque anche la compagnia teatrale femminile, i luoghi di incontro era sempre la canonica. A diversità dei colleghi maschietti, le ragazze si perfezionarono nella recita di commedie. Ci viene spontaneo chiedere cosa avrebbero fatto se ci fosse stata la necessità di una parte maschile. Niente paura, una ragazza si vestiva da maschietto e il problema era risolto. Inutile dire che anche il gruppo femminile ebbe i suoi momenti di gloria. 

Parlando con un signore di un paese limitrofo, riguardo alla tradizione teatrale a Bresega, questi ricordava che, quando era piccolo, i “grandi”lo avevano mandato a Bresega a prendere i trucchi. Cosa era successo? Stavano preparando una rappresentazione teatrale e all’ultimo momento si sono accorti che i loro trucchi si erano irrimediabilmente rovinati. Che fare? Niente paura si va a Bresega e loro sicuramente hanno tutto. Una corsa in bicicletta e il problema si è risolto nei migliore dei modi.  Eravamo negli anni Cinquanta!

ANNI SESSANTA

Con il boom economico si cambiano stili di vita, sorgono altri mezzi di divertimento, qualcuno è costretto ad emigrare e tutto lentamente si scioglie, lasciando però sempre acceso un lumicino: a ricordo dei vecchi fasti rimaneva  lo stabile del teatro.

ANNI SETTANTA...LA NASCITA DEL GRUPPO TEATRALE

E arriviamo agli inizi degli anni settanta quando un gruppo di ragazzi, cogliendo l’occasione della festa di Santa Lucia, copatrona del paese, si propongono, dopo la recita dei bambini delle elementari,  di allietale la festa con  brevi scenette. Ed è così che nasce quello che poi si chiamerà Gruppo Teatro Vecchio Veneto. Da brevi scenette si passerà  alle farse quindi ad atti unici finché  arriviamo  alla realizzazione delle commedie.

Con gli anni il gruppo artisticamente cresce coinvolgendo molti  giovani del paese e trova lo stile che lo contraddistinguerà  e lo caratterizzerà. 

IL GRUPPO TEATRO VECCHIO VENETO...OGGI

Il Gruppo attualmente è formato da circa trenta persone compresi attori, scenografi, tecnici audio e video, truccatrici e collaboratori vari.

Il Gruppo ha delle caratteristiche che lo differenzia dalle altre compagnie: è completamente autodidatta; ha un autore delle proprie rappresentazioni: Silvio Olin; ha la sua lingua vernacolare: il dialetto locale; ha tanta voglia di divertirsi, divertendo il pubblico, e può vantare, tra i componenti,  una collaborazione quasi quarantennale.

Il filone del buon umore è da sempre l’ingrediente principale che la compagnia vuole trasmettere al pubblico. In paese il gruppo è amato e apprezzato, conosciuto e seguito con entusiasmo. I consensi ottenuti si estendono non solo nei paesi limitrofi ma anche oltre il territorio della Bassa Padovana sconfinando anche fuori regione.
La discriminante sta certamente nel fatto che il pubblico può  identificarsi nei personaggi portati in scena.  Del resto le situazioni rappresentate sono storie di vita quotidiana, a volte portate all’eccesso, ma con un fondo di verità. E’ la realtà messa in scena , è la vita recitata dal vivo.

Il Gruppo ha messo in scena oltre a quindici rappresentazioni. A titolo esemplificativo ne ricordiamo alcune : Chiuso per ferie, Done Omani Marideve, Disi sempre che la xe cota, On pugneto de sale, Semo tuti paroni .

Attualmente il Gruppo si è costituito in associazione culturale teatrale  apolitica e apartitica senza scopo di lucro.

Per informazioni 0429/679097

teatrobresega.blogspot.com

 

 

Canti per la Santa Messa

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Parrocchia di Bresega

Via Chiesa di Bresega, 108

35040 Ponso PD

 

Per comunicare con don Andrea Ceolato:

tel. 0429619777

cell. 340 2216242

carceri@diocesipadova.it

Per segnalazioni e contributi su questo sito:

web.bresega@gmail.com